“L’orto americano” di Pupi Avati: un viaggio gotico tra Italia e America
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Pupi Avati
Dopo aver chiuso l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Pupi Avati torna con un nuovo film che promette di emozionare e inquietare. “L’orto americano”, tratto dall’omonimo romanzo del regista bolognese, arriva nelle sale italiane il 6 marzo, portando con sé atmosfere gotiche, un’ambientazione storica e una riflessione profonda sul cinema stesso.
Trama e atmosfere
Ambientato tra l’Emilia Romagna, terra natia di Avati, e il Midwest americano, il film si svolge nel periodo della Liberazione, mescolando elementi del Neorealismo italiano con il relativo benessere degli Stati Uniti degli anni ’40. La storia ruota attorno a un giovane aspirante scrittore, interpretato da Filippo Scotti, che si innamora perdutamente di un’ausiliaria americana con un solo sguardo. Anni dopo, trasferitosi negli Stati Uniti, il protagonista si imbatte in una donna disperata alla ricerca della figlia scomparsa in Italia. Da un orto vicino alla casa di un’anziana, iniziano a provenire urla inquietanti, portando il giovane a una scoperta macabra. Convinto che la scomparsa sia legata alla sua amata, intraprende una ricerca ossessiva che lo riporterà in Italia, dove scoprirà una realtà sconvolgente.
Avati definisce il film “pieno di cinema”, con un omaggio al bianco e nero che diventa quasi un personaggio a sé stante. “Ho scoperto quanto sia cinema il bianco e nero e quanto non lo sia il colore”, ha dichiarato il regista. “Vedevo la scena nella sua realtà, poi guardavo il monitor in bianco e nero, e quello era il cinema. C’è una distanza tra la realtà e l’irrealtà che è tipica del cinema, e il bianco e nero la esprime perfettamente. È una fascinazione enorme, perché quel contrasto tra ciò che è reale e ciò che non lo è ti porta direttamente nel cuore del linguaggio cinematografico. Ora sarà difficile per me tornare a fare un film a colori, perché ho capito che il bianco e nero è il cinema nella sua essenza più pura. Tutti siamo innamorati del bianco e nero, non c’è nessuno che non lo ami, e io non faccio eccezione”.
Un horror gotico sui generis
“L’orto americano” non è un horror tradizionale, ma un racconto gotico che esplora temi come la memoria, il passato e l’ossessione. Il protagonista, accompagnato dalle foto dei suoi cari defunti con cui dialoga e da cui trae ispirazione, rappresenta una sorta di alter ego di Avati. “È la mia autobiografia più intima”, ha rivelato il regista.
“Non l’avevo mai raccontata a nessuno, ma questo film è un modo per condividere una parte di me che ho sempre tenuto nascosta. La notte, prima di addormentarmi, leggo sul mio computer un elenco interminabile di nomi: amici, parenti, conoscenti che non ci sono più. Nessuno è stato cancellato da quell’elenco, nessuno è tornato. Sono le persone che mi hanno aiutato a vivere, che mi hanno sostenuto, che mi hanno fatto diventare chi sono. A 86 anni, essere riconoscenti verso queste persone è doveroso. È un atto di rispetto e di amore. Quando leggo i loro nomi, è come recitare delle preghiere, delle Ave Maria o dei Padre Nostro. Mi sento accompagnato da loro, come se fossero ancora qui con me. Forse è un effetto placebo, non lo so, ma la sensazione è così forte che mi fa sentire meno solo”.
Filippo Scotti, interprete del protagonista, ha sottolineato come il personaggio sia capace di “tesaurizzare le storie degli altri”, dando voce a chi è invisibile o emarginato. “Il protagonista ha questa capacità di rimuovere il proprio passato, che resta sempre un po’ in ombra, e di concentrarsi sulle storie degli altri”, ha spiegato l’attore. “È interessante perché il film procede attraverso i suoi occhi, il suo modo di valorizzare gli altri, di dare voce a chi non ne ha. È un personaggio complesso, che porta avanti la narrazione non solo attraverso le sue azioni, ma anche attraverso il suo sguardo, il suo modo di osservare il mondo e di raccontarlo”.
Una proposta per il cinema italiano
Durante la presentazione del film, Avati ha anche affrontato un tema a lui caro: la crisi del cinema italiano. Il regista ha rilanciato la proposta di un Ministero per il Cinema, un’idea già definita “interessante” dal vicepremier Antonio Tajani. “Ho fatto una proposta, perché mi sembra che tutta la filiera del cinema sia in difficoltà”, ha spiegato Avati.
“Le sale cinematografiche stanno chiudendo, e non è un problema solo di Roma, ma di tutta Italia – ha aggiunto il regista -. E non è solo una questione di sale: le produzioni sono in crisi, le distribuzioni sono in crisi, tutto il sistema sta soffrendo. Dobbiamo trovare una soluzione, e credo che un Ministero per il Cinema, o un’agenzia simile a quella francese, potrebbe essere la risposta. Perché i francesi non hanno mai avuto problemi col cinema? Hanno avuto crisi economiche, ma il cinema è sempre stato protetto. La gente continua ad andare al cinema, le sale non chiudono. Perché non copiamo ciò che funziona? Lo so, non saremo originali, ma almeno avremo uno strumento che funziona. In Italia, il Ministero dei Beni Culturali si deve occupare degli Uffizi e di Netflix, due cose che non vanno insieme. È un problema, perché il cinema ha bisogno di un’attenzione specifica, di una visione chiara e di un sostegno concreto” ha concluso Avati.